venerdì 12 luglio 2013

Goodbye Tennis, Rest in Peace

Goodbye tennis... © foto by Sarah Combe
Erba bruciata dal cherosene della linea di fondo. Il tempio dell’istinto e della velocità si piega all’anonimato. Addio per sempre serve & volley. Sul serio, addio.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

“Rock, is deader than dead”, cantava a squarciagola Marilyn Manson nella canzone Rock is Dead (Mechanical Animals, 1998). É sufficiente sostituire il sostantivo con il collega “tennis” e il gioco è fatto. Game, set, match. The end. A sancirne il riposo eterno, la sua culla per eccellenza. Il torneo di Wimbledon, e per dargli ancor più onorificenza lo ha fatto riportando sul trono un suddito di Sua Maestà (scozzese).

Wimbledon 2013. Cala il sipario sul mondo del tennis. Alla 127° edizione dei Championships c’è aria di rivoluzione. Lo si capisce fin dall’inizio quando cadono come birilli ai primi turni i big. Su tutti, il sette volte campione Roger Federer, alla ricerca dell’ottavo sigillo che lo renderebbe il più titolato del torneo lasciandosi alle spalle l’inglese William Renshaw e l’americano Pete Sampras, entrambi fermi a sette. Invece no. Al 2° turno viene eliminato in quattro set dal modesto ucraino Sergiy Stakhovsky.

L’otto volte campione del Roland Garros, lo spagnolo Rafael Nadal, fa anche peggio. Sbattuto fuori al 1° turno dall’ancor meno noto Steve Darcis, belga. Si va avanti senza troppi colpi di scena. In finale ci arrivano Novak Djokovic e il beniamino di casa, lo scozzese Andy Murray. La partita è imbarazzante. Bordate da fondocampo senza alcuna incursione a rete. Sull’erba oggi si può. Il numero 1 serbo del mondo ci va un paio di volte e viene infilato come un dilettante.

Ancora più desolante il panorama femminile dove le cannibali Serena Williams, Maria Sharapova e Victoria Azarenka vengono tutte eliminate o si ritirano, e in finale ci arrivano due più che modeste giocatrici, la tedesca Sabine Lisicki e la francese Marion Bartoli, con la transalpina che ha avuto vita facile nell’epilogo.

Andy riporta il titolo di Wimbledon in casa dopo una pausa che durava dal 1936, quando s’impose per l’ultima volta Fred Perry. Andy vince allenato da Ivan Lendl, ex-numero 1 del mondo che mai riuscì ad aggiudicarsi il torneo inglese nonostante due finali, perse entrambe contro autentici mostri erbivori nonché maestri del serve & volley, il tedesco Boris Becker (1986) e l’australiano Pat Cash (1987).

Mai come in questa edizione di Wimbledon il tennis elegante si è inginocchiato alla logica della potenza. E se perfino un paese come l’Inghilterra, custode di antichissime tradizioni, rallenta la propria superficie per permettere al gioco moderno di avere la meglio, allora significa che siamo proprio ai saluti e nel futuro non vedremo più le impareggiabili giocate di neo-Nastase, McEnroe, Connors, Martina Navratilova, Edberg, Stich, etc.

Vedere nell’albo d’oro del torneo di Wimbledon tennisti come Djokovic e Nadal che hanno una conoscenza del gioco a rete pari a quella di un numero 100 di quarant’anni fa solo pensare al più desolante degli epiloghi. Goodbye England Grass. Goodbye tennis, rest in peace. 

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